giovedì 14 dicembre 2006

Due modi di pensare / 2

Nel mondo di oggi la tecnica ha un ruolo sempre più influente e pervasivo. Tuttavia secondo Heidegger il pericolo non sta nella tecnica in sé:

Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un completo dominio della tecnica. Di gran lunga più inquietante è che l'uomo non è affatto preparato a questo radicale mutamento del mondo. Di gran lunga più inquietante è che non siamo ancora capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca.

Il pensiero meditante richiede da noi che non restiamo attaccati in maniera unilaterale ad un'unica rappresentazione, che non corriamo sempre più oltre su un'unico binario, nell'unica direzione in cui ci costringe una rappresentazione. Il pensiero meditante richiede da noi che ci lasciamo ricondurre a ciò che in sé, a prima vista appare inconciliabile (1).

(1) M. Heidegger, L'abbandono, Il melangolo 1989 (1959), pp. 36-37.

mercoledì 13 dicembre 2006

Due modi di pensare / 1

Quando facciamo dei progetti, compiamo delle ricerche o intraprendiamo delle attività, non possiamo non fare i conti con determinate circostanze. Le mettiamo sempre in conto, e in un conto che è costituito dalle nostre intenzioni commisurate a determinati scopi. Contiamo infatti già in precedenza su determinati risultati. Questo "contare" caratterizza ogni pensiero che è all'opera nei progetti e nelle ricerche scientifiche. Un tale pensiero è sempre un calcolare, anche quando non compie operazioni con i numeri, anche quando non fa uso delle macchine calcolatrici e dei grandi calcolatori elettronici. Il pensiero che fa i conti, che tiene in conto, che mette in conto è un pensiero che calcola.

[...] Il pensiero calcolante non è un pensiero meditante, non è un pensiero che pensa quel senso che domina su tutto ciò che è.
Ci sono pertanto due modi di pensare, entrambi necessari e giustificati, anche se in maniere diverse: il pensiero calcolante e il pensiero meditante.

M. Heidegger, L'abbandono, Il melangolo 1989 (1959), p. 30.

martedì 12 dicembre 2006

Percezione del colore / 4

A proposito della percezione del colore, Humberto Maturana scrive:

non potevamo dar ragione delle molteplici esperienze cromatiche dell’osservatore definendo una corrispondenza del mondo colorato visibile con l’attività del sistema nervoso [...].
Egli comprende che mantenere l'ipotesi di una corrispondenza con il mondo esterno rappresentava un approccio inadeguato. E così si chiede:
se, invece di tentare di correlare l’attività nella retina con gli stimoli fisici esterni all’organismo, avessimo fatto diversamente, ed avessimo cercato di correlare l’attività della retina con l’esperienza del colore del soggetto?
In altre parole, il nuovo approccio ci richiedeva di trattare seriamente l’attività del sistema nervoso come determinata dal sistema nervoso stesso, e non dal mondo esterno; così il mondo esterno doveva avere soltanto un ruolo di propulsore dell’inizio dell’attività determinata dall’interno del sistema nervoso. [...] la percezione non doveva essere vista come la comprensione di una realtà esterna, ma piuttosto come la specificazione di questa, perché non era possibile alcuna distinzione fra percezione ed allucinazione nell’operare del sistema nervoso come rete chiusa (1).
(1) H.R. Maturana, Introduzione a H.R. Maturana e F.J. Varela, Autopoiesi e cognizione, Marsilio 1985 (1980), pp. 27, 28.

lunedì 11 dicembre 2006

Percezione del colore / 3

Si potrebbe concludere, allora, che la percezione del colore dipende dal contesto in cui il colore stesso viene percepito.
Tuttavia, precisa Wittgenstein:

Non è la stessa cosa il dire: l'impressione del bianco o del grigio si produce in certe determinate condizioni (causali) e il dire: è un'impressione in un determinato contesto di colori e forme (1).
Nel primo caso si ha una descrizione oggettiva fondata su rapporti di causa ed effetto: il contesto determina la percezione.
Nel secondo caso c'è una concomitanza di contesto e di percezione: la descrizione non è oggettiva, ma è essa stessa
all'interno di un sistema di relazioni tra i concetti, le definizioni e le regole di un "giuoco linguistico" (2).
(1) L. Wittgenstein, Osservazioni sui colori, Einaudi 1982 (1977), p. 15.
(2) A. Gargani, Introduzione a L. Wittgenstein, Osservazioni sui colori, Einaudi 1982 (1977), p. XIV.

domenica 10 dicembre 2006

Percezione del colore / 2

La teoria della percezione del colore di Young e Helmhotz, tuttavia, non spiega tutto. In particolare non riesce a dare ragione di quel fenomeno che è chiamato costanza del colore:

Prendiamo un foglio di carta bianca e osserviamolo in presenza di luce bianca molto fioca, così fioca che la luce riflessa ai nostri occhi sia minore di quella proveniente da un altro foglio, posto accanto al primo, questa volta grigio, ma bene illuminato. Credete che, ignorando a priori quale sia il foglio bianco e quale quello grigio, ci sbaglieremmo nel giudicarli? Molto improbabile. Il bianco ci apparirà sempre bianco e il grigio sempre grigio.
[...] Il colore percepito può arrivare ad essere addirittura indipendente dalla natura delle radiazioni che ci giungono (1).
Non c'è corrispondenza, quindi, fra la lunghezza d'onda della radiazione che colpisce la retina e il colore percepito.
E allora, da dove ha origine il colore?

(1) A. Frova, Luce colore visione, Rizzoli 2000, pp. 163, 167.

sabato 9 dicembre 2006

Percezione del colore / 1

Da dove ha origine il colore?

Sulla superficie della retina si trovano fotoricettori di due tipi: i coni e i bastoncelli.
I coni operano quando c'è abbastanza luce, e si dividono, a loro volta in tre tipi, ognuno dei quali è sensibile ad un colore primario (blu, giallo e rosso). I bastoncelli, invece, entrano in gioco quando c'è poca luce, nella visione notturna.

Secondo la teoria della visione di Young e Helmhotz, la percezione del colore è connessa al rapporto fra le intensità di stimolazione dei tre tipi diversi di coni. Ad esempio una lunghezza d'onda di 514.5 nm stimola il blu con un segnale pari a 7, il giallo con un segnale pari a 74 ed il rosso con un segnale pari a 39. La terna 7-74-39 viene percepita dal nostro cervello come un colore verde.
Ciò che conta per il colore, quindi, è il rapporto fra i segnali associati ai tre diversi tipi di coni.


Quando la luce è poco intensa, tuttavia, non si attivano i coni, ma i bastoncelli; e qualunque sia la lunghezza d'onda che arriva sulla retina la sensazione di colore che ne risulta è sempre la stessa:

una tinta indefinibile che sta tra il grigio scuro, il blu e il verde, tanto più cupa quanto maggiore è l'oscurità. E' la tinta livida della notte, usata dai pittori per evocare sensazioni di angoscia e di morte.
[...] i bastoncelli ci dicono solo se c'è luce e quanta ce n'è, ma ne ignorano la lunghezza d'onda, che è come dire il nome e il cognome. Proprio come in una pellicola fotografica in bianco e nero, che traduce tutti i colori e la loro luminosità in un'infinita gradazione di grigi. Questo comportamento dei bastoncelli esclude ogni dubbio residuo che la luce possa essere di per sé colorata. E conferma che il colore è solo una sensazione psicofisiologica, che proviamo quando particolari recettori - i coni - vengono stimolati (1).
(1) A. Frova, Luce colore visione, Rizzoli 2000, p. 144.

venerdì 8 dicembre 2006

Essere

Scrive Heidegger:

Quindi bisogna pensare: - "è presente infatti l'essere-presente" (1).
Dal punto di vista della scienza questa affermazione è tautologica e senza significato, dal punto di vista della filosofia essa rappresenta l'origine di un pensiero fenomenologico.

(1) M. Heidegger, Seminari, Adelphi 1992 (1977), p. 176.