giovedì 25 gennaio 2007

Crisi della scienza / 1

L'Europa della seconda metà del XIX secolo è dominata dalla fiducia positivistica nella scienza; è universalmente diffusa la convinzione che solo tramite il metodo scientifico l'uomo può raggiungere una conoscenza certa del mondo.
Inoltre le conquiste tecnologiche, legate al progresso scientifico, evocano un futuro di benessere e di prosperità.
Tuttavia nel 1935, facendo riferimento alla prima guerra mondiale, Edmund Husserl scrive:

Adottiamo come punto di partenza il rivolgimento, avvenuto allo scadere del secolo scorso, nella valutazione generale delle scienze. Esso non investe la loro scientificità bensì ciò che esse, le scienze in generale, hanno significato e possono significare per l'esistenza umana. L'esclusività con cui, nella seconda metà del XIX secolo, la visione del mondo complessiva dell'uomo moderno accettò di venire determinata dalle scienze positive e con cui si lasciò abbagliare dalla "prosperity" che ne derivava, significò un allontanamento da quei problemi che sono decisivi per un'umanità autentica. Le mere scienze di fatti creano uomini di fatto. Il rivolgimento dell'atteggiamento generale del pubblico fu inevitabile, specialmente dopo la guerra, e sappiamo che nella più recente generazione esso si è trasformato addirittura in uno stato d'animo ostile. Nella miseria della nostra vita - si sente dire - questa scienza non niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l'uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balia del destino; i problemi del senso o del non-senso dell'esistenza umana nel suo complesso (1).
Quando gli uomini si trovano a vivere in un periodo di crisi, a contatto con la sofferenza e l'incertezza della guerra, allora anche le domande cambiano; e si mostrano i limiti dell'impresa scientifica.

(1) E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, EST 1997 (1958), p. 35.

Nessun commento: